{"id":654,"date":"2017-01-30T12:12:00","date_gmt":"2017-01-30T12:12:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.gebox.it\/breakingpoint\/?p=654"},"modified":"2017-02-27T23:37:43","modified_gmt":"2017-02-27T23:37:43","slug":"gli-anni-del-68","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.gebox.it\/breakingpoint\/gli-anni-del-68\/","title":{"rendered":"Gli anni del &#8217;68: I Comontisti"},"content":{"rendered":"<p>[:it]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.gebox.it\/breakingpoint\/gli-anni-del-68\/20160525_163334\/\" rel=\"attachment wp-att-656\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-656\" src=\"http:\/\/www.gebox.it\/breakingpoint\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/20160525_163334-169x300.jpg\" alt=\"\" width=\"169\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.gebox.it\/breakingpoint\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/20160525_163334-169x300.jpg 169w, https:\/\/www.gebox.it\/breakingpoint\/wp-content\/uploads\/2017\/01\/20160525_163334.jpg 188w\" sizes=\"auto, (max-width: 169px) 100vw, 169px\" \/><\/a>\u00a0\u00a0\u00a0 \u201cCorri compagno, il vecchio mondo \u00e8 dietro di te\u201d. Lo slogan, scaturito insieme a decine d\u2019altri dal geyser eruttato nel pieno del \u201cjoli mois de mai\u201d parigino, era piovuto anche sulla Genova sonnacchiosa e grigia di fine anni \u201960. E vecchia appariva davvero la citt\u00e0, dominata in allora da una borghesia persa nel circolo vizioso delle sue ritualit\u00e0 famigliari, nel grigiore della sua omogeneit\u00e0 culturale, catturata dalla logica sempiterna dello \u201cscagno\u201d.<!--more--><!--more--> Eppure il fremito di novit\u00e0 che percorreva il mondo in quegli anni poteva arrivare anche l\u00ec, perfino attraverso le ritualit\u00e0 pi\u00f9 scontate, come il viaggio premio in Inghilterra alla fine del liceo, per studiare l\u2019inglese e osservare il mondo del business anglosassone, oggetto di deferente ammirazione. Capitava cos\u00ec che invece di frequentare i santuari della finanza, qualcuno si perdesse nei meandri delle decine di club che popolavano la Swinging London, letteralmente rapito dalla potenza della musica che si suonava e dalla vitalit\u00e0 che la pervadeva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tornati a casa si restava straniti da una sorta di nervosismo esistenziale, si stentava a rientrare nei \u00a0binari della quotidianit\u00e0, cos\u00ec che iscriversi all\u2019Universit\u00e0 poteva significare preferire alle noiose lezioni dei cattedratici le rabbiose assemblee che, un po\u2019 ovunque, cominciavano a popolare gli istituti. Erano gli anni delle marce contro la guerra in Vietnam, dei sit-in davanti ai consolati Usa, della contestazione a un mondo non solo vecchio, ma anche profondamente ingiusto. Inevitabile, a quel punto, \u201cpoliticizzare\u201d il proprio malessere, leggerlo in chiave di conflitti di classe, di dominio di una borghesia aggrappata ai propri privilegi come alle proprie idiosincrasie, laddove ogni differenza era vissuta con sospetto se non condannata a priori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eppure, qualcosa non tornava. Troppo vero che il mondo alle nostre spalle fosse vecchio, \u00a0consunto da rituali scontati e antidiluviani. Ma il nuovo verso cui si pretendeva di correre, dov\u2019era? Possibile che lo si potesse trovare nei sogni di uno stalinismo riciclato e rimesso a nuovo, nei deliri di un maoismo infantilmente ingenuo, o nelle lunghe disquisizioni sul fatto se Lenin fosse o meno il padre putativo di Stalin? Il \u201c68\u201d, in questa dimensione politica, pi\u00f9 che rappresentare il razionale sviluppo di una autentica spinta al cambiamento, ne sembrava piuttosto un finale fin troppo prematuro, il tappo che riduceva l\u2019ansia del nuovo ad uno stanco rituale sinistrorso di adorazione di vecchi miti gi\u00e0 allora ampiamente decomposti, da Lenin a Trockij, da Mao a Ho Chi Minh.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma poteva accadere che, iscrivendosi quell\u2019anno a Filosofia, si inciampasse in qualcosa di imprevisto e si venisse finalmente a contatto con qualcuno che lo spirito radicale dei tempi sembrava davvero incarnarlo. Era un gruppo di amici che ruotava attorno a Gianfranco Faina, docente di Storia Moderna, personaggio di spicco della sinistra non allineata. Uscito dal Pci all\u2019indomani dell\u2019invasione dell\u2019Ungheria, coerentemente radicale ma mai stalinista, Faina aveva dato vita prima al circolo Rosa Luxemburg e poi, ai tempi in cui lo conobbi, alla Lega degli operai e degli studenti, trasformatasi \u00a0in Ludd.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Rispetto alle solite prediche pi\u00f9 o meno progressiste e alle critiche su posizioni oltranziste ai partiti tradizionali della sinistra (erano gli anni in cui Pajetta bollava gli studenti di \u201clupi mannari\u201d e Pasolini si scioglieva in lodi insensate dei giovani poliziotti, a suo dire ben pi\u00f9 autentici dei borghesi studenti) i luddisti citavano Paul Cardan, \u201cSocialisme ou Barbarie\u201d e la prima critica radicale al delirio burocratico sovietico, parlavano di autogestione e soprattutto, per bocca di Mario Lippolis, ironico e sarcastico oratore nelle assemblee di Filosofia, dei situazionisti francesi, gruppo allora sconosciuto ai pi\u00f9 e ben lungi dal profluvio di citazioni a sproposito di cui sarebbero diventati vittime in futuro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Immediatamente attratto da un discorso che finalmente pareva tener conto dello spirito dei tempi e del nuovo che prepotentemente si affacciava, ricordo ancora i consigli non richiesti di qualche compagno di allora che suggeriva di non prestar loro ascolto in quanto provocatori, ingenui spontaneisti, predicatori del nulla \u00a0e via insultando.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fortunatamente non lo feci e venni cos\u00ec a conoscenza di concetti sicuramente cruciali, come quello di critica della vita quotidiana (non aspettiamo la rivoluzione a venire, ma combattiamo gi\u00e0 da subito il potere dell\u2019alienazione all\u2019interno delle nostre singole esistenze), di comunismo consigliare (non serve un partito egemone, guida e coscienza, ma piuttosto una miriade di consigli che si autogestiscono e decidono sul loro immediato futuro), di societ\u00e0 dello spettacolo (la teoria di Debord sulla spettacolarizzazione della merce e sulle deflagranti conseguenze nelle societ\u00e0 contemporanee), di <em>detournement<\/em> (la capacit\u00e0 di rovesciare la realt\u00e0, mostrandone \u00a0in controluce gli autentici significati), di deriva metropolitana (il vagabondaggio creativo che trasforma concretamente il modo di vivere nelle citt\u00e0). Cos\u00ec, mentre all\u2019indomani dell\u2019invasione di Praga da parte dei sovietici, qualcuno arrivava a scrivere che \u201cil socialismo si difende anche con i carri armati\u201d, mentre tanti inneggiavano al libretto rosso e alla rivoluzione culturale, che altro non era se non una spietata epurazione voluta dallo strapotere maoista, i luddisti, in modo ironico e giocoso, lanciavano le loro provocazioni, dimostrandosi eccentrici rispetto a tanto neo conformismo di maniera. Oltre all\u2019Internazionale Situazionista, si leggevano \u201cDo It\u201d di Jerry Rubin che raccontava le forme creative della lotta alle lobby negli USA, i romanzi di Victor Serge che descrivevano dall\u2019interno l\u2019incubo staliniano, si pubblicava un opuscolo sulla cui copertina campeggiava ironicamente il motto \u201cIl lavoro rende liberi\u201d del lager di Aushwitz.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E nella sede di Ludd in via San Luca, nel triennio in cui Ludd ebbe vita dal \u201969 fino al \u201971, transitavano personaggi dello spessore di Giorgio Cesarano, poeta anarchico e analista attento della contemporaneit\u00e0, Mario Perniola, allora responsabile della rivista \u201cAgar Agar\u201d, Jacques Camatte, a sua volta editore di \u201cInvariance\u201d, divenuto poi psicogeografo e sostenitore di soluzioni assai simili a quelle pensate dai comontisti , mentre si allacciavano rapporti con gruppi milanesi, torinesi e romani. \u00a0A Roma, nella sede del \u201cFilm Studio 70\u201d di Amerigo Sbardella e Annabella Miscuglio, ricordo fumose riunioni interrotte dal passare di bellezze eteree succintamente vestite, accolte da improvvisi e attenti silenzi. E il sapore dolciastro e intenso di un \u201cfumo\u201d mai provato fino allora. Circolo e abitazione \u00a0\u00a0sorgevano a Trastevere, a pochi passi da Regina Coeli e disponevano di una sala dove si proiettavano film dell\u2019avanguardia internazionale, tutto aveva orari assurdi e ti faceva sentire terribilmente provinciale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra i gruppi amici quello dei torinesi spiccava per il radicalismo non solo predicato ma apparentemente anche duramente praticato. Editavano una rivista, \u201cAcheronte\u201d: il \u201cfiume infernale si \u00e8 rimesso in moto\u201d procedendo spedito verso la rivoluzione, e avevano dato vita all\u2019Organizzazione Consigliare, in linea con le teorie di autogestione praticate anche a Genova. Il personaggio di spicco, Riccardo D\u2019Este, era allora in galera ed era stato tra i protagonisti della rivolta carceraria delle Nuove. Aveva fama ambigua, perch\u00e9 da sempre molti lo accusavano apertamente di essere un provocatore, addirittura, sosteneva qualcuno, un cripto fascista mascherato da gauchista. Quando finalmente comparve a Genova, lo fece in occasione di uno spettacolo teatrale recitato tra i vicoli del centro storico, il \u201cGenovese Liberale\u201d credo si intitolasse, e Riccardo e i suoi proposero di parteciparvi direttamente, trasformandolo dall\u2019interno in una provocazione in presa diretta. Fu divertente, a tratti anche pericoloso, perch\u00e9 in qualche occasione si rischi\u00f2 quasi il linciaggio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per i torinesi il concetto di critica della vita quotidiana diventava spesso e volentieri un processo immediato alla vita di ogni giorno dei singoli individui: com\u2019era possibile definirsi rivoluzionari e continuare a praticare il tran tran quotidiano come se nulla fosse? Tra i luddisti genovesi vigeva in effetti una stretta divisione tra vita famigliare e dimensione politica, le donne non partecipavano alle attivit\u00e0 del gruppo e raramente venivano coinvolte, se si eccettuano i membri pi\u00f9 giovani che invece tendevano a vivere tutto in coppia. D\u2019Este al proposito aveva buon gioco nella sua critica radicale, anche se spesso i toni cadevano nell\u2019eccesso e si facevano violenti, finendo per impaurire pi\u00f9 che convincere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sede di quelli che sarebbero poi diventati i Comontisti era allora, alla fine del 1970, \u00a0un casolare in Toscana. Niente di simile alle belle tenute tra i pioppi di tanti radical chic che gi\u00e0 allora popolavano le amene colline del Chianti. Ponte a Egola era un paesone piuttosto brutto del pisano, per di pi\u00f9 centro di concerie che inquinavano il rio locale sollevando un puzzo infernale. La casa era un casermone in rovina, affittato ai ragazzi perch\u00e9 probabilmente nessuno lo voleva, un due piani di cemento grigio, freddissimo, dotato di uno stanzone con un enorme camino dove era possibile bruciare un albero intero (e in effetti spesso accadeva). Qui conveniva gente da tutta Italia, coinvolta da Riccardo nei suoi tour delle varie citt\u00e0. Un mix dei pi\u00f9 diversi tipi sociali, dai borghesi annoiati trasformatisi in rivoluzionari radicali, ai piccoli delinquenti amati da Riccardo, che aveva fatto dello slogan \u201ccontro il capitale lotta criminale\u201d una regola di vita e in carcere aveva conosciuto simpatici giovani, dediti all\u2019esproprio e al furto con scasso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra le sedute dedicate alla teoria e all\u2019autoanalisi collettiva, giravano un sacco di droghe, soprattutto psichedeliche, ma comparivano pure ben pi\u00f9 sinistre siringhe. Fu in questo contesto, tra trip e spinelli vari, durante interminabili nottate di discussione, in cui chi prima cedeva al sonno era visto come un vero e proprio traditore, e Riccardo sembrava non dormisse mai, che nacque l\u2019idea di comontismo. La parola in effetti fu proposta da Dada Fusco, fresca di tesi di laurea su Gadda e quindi inevitabilmente portata al neolinguismo. Voleva significare, in effetti, il superamento del comunismo come semplice comunit\u00e0 dei beni, a favore di una comunit\u00e0 degli esseri, ed era ricavata dal genitivo greco \u201c\u00f2ntos\u201d, \u201cdell\u2019essere\u201d appunto, un richiamo alla <em>gemeinwesen <\/em>marxiana, il seme della nuova umanit\u00e0 in marcia, la cui realizzazione poteva iniziare da subito, da parte di piccoli gruppi rivoluzionari in grado di stravolgere la realt\u00e0 loro attorno. Era, rivisitato, il concetto di rivoluzione ora e subito, con qualche sfumatura hippie e pure qualche ombra vagamente mansoniana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sulla copertina del primo e unico numero dell\u2019omonima rivista, due Adamo ed Eva nudisti compivano, su una duna sabbiosa, il salto di qualit\u00e0 di hegeliana memoria, il passaggio alla comunit\u00e0 essenziale, nucleo fondante della nuova umanit\u00e0 che non si sarebbe limitata a espropriare i capitalisti, ma avrebbe visto la societ\u00e0 \u00a0fondersi finalmente in un unicum spirituale. Dal punto di vista teorico restava forte il debito nei confronti dei situazionisti: c\u2019erano vignette detournate e slogan accattivanti (nella societ\u00e0 che abolisce l\u2019avventura, l\u2019unica avventura \u00e8 l\u2019abolizione della societ\u00e0), scampoli di passione criminale (il detournemant di un articolo della Stampa, \u201cRapine ovunque\u201d), analisi storiche del consigliarismo e della rivolta di Kronstadt nei confronti del leninismo, vile repressore della giusta rabbia dei marinai rivoluzionari della fortezza, presa d\u2019assedio e infine distrutta dall\u2019armata rossa di Trockij.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Coi situazionisti la dipendenza ideale era palese, ma i rapporti diretti non erano gran che: ricordo ancora l\u2019incontro casuale, in una trattoria fiorentina, con Gianfranco Sanguinetti, editore dell\u2019unico numero dell\u2019IS italiana, a cui credo fosse presente lo stesso Debord. Nonostante gli inviti a voce altissima di Ricardo tra un tavolo e l\u2019altro, quelli non fecero una piega e manco finsero di notarlo. In linea con l\u2019aristocratico senso di appartenenza dell\u2019IS, da sempre all\u2019opera nell\u2019esclusione perenne dell\u2019indegnit\u00e0, e con la fama di trib\u00f9 selvaggia e poco trasparente che comunque perseguitava i comontisti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra i capisaldi dell\u2019idea comontista dominava la critica del lavoro salariato come macchina dello sfruttamento perpetuo. Fu prodotto addirittura un volantino, in occasione del primo maggio, in cui si sosteneva, appunto, che \u201cil lavoro non si festeggia, si abolisce!\u201d, obiettivo a cui, purtroppo, sarebbe giunto ben prima lo stesso capitale, creando non felicit\u00e0 ma disoccupazione. Comunque nessuno lavorava, la sopravvivenza era garantita, al di l\u00e0 dei mezzi personali, dalle pratiche di esproprio, che godevano del beneplacito ideologico, ma alla lunga avrebbero portato all\u2019isolamento e alla fine prematura, complice anche un ricorso sempre pi\u00f9 massiccio alle droghe pesanti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eppure, al di l\u00e0 dei limiti evidenti di un gruppo che dur\u00f2 lo spazio di un mattino, bruciandosi letteralmente in poco pi\u00f9 di due anni dal \u201970 al \u201872, il suo ruolo non dovrebbe essere marginalizzato in una critica semplicemente folcloristica. Le istanza portate avanti avevano una loro profonda coerenza, la critica della separazione, allora dominante, tra pensato e vissuto, trovava un indubbio fondamento e sottolineava uno dei limiti che avrebbero portato la contestazione sessantottina a esaurirsi nelle ideologie pi\u00f9 fumose e deteriori, a scapito di quelle istanza di rinnovamento che, fortunatamente, saranno riprese da gruppi meno ideologizzati ma assai pi\u00f9 concreti, che comunque il mondo, in qualche modo, lo cambiarono.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Allora, all\u2019inizio degli anni \u201970, nella sinistra estrema cominciava a sollevarsi un fantasma oscuro che avrebbe, alla fine, sepolto tutto il movimento, quello del terrorismo armato. I comontisti, pur nella loro visione radicale, esclusero da sempre il ricorso alle armi come soluzione possibile. Eppure nell\u2019 ambiente giravano prepotenti inviti a passare alla clandestinit\u00e0, in cui purtroppo caddero anche insospettabili e stimati ingegni, compreso quel Faina che per me era stato all\u2019origine di tutta questa vicenda. Ma si vedeva bene gi\u00e0 allora il vicolo cieco in cui si sarebbe finiti, e le voci di infiltrazioni spionistiche e provocatorie erano continue, pressanti e ben documentate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Comontismo termin\u00f2 cos\u00ec la sua breve esistenza, sciogliendosi nella vita dei singoli individui, D\u2019Este continu\u00f2 la pratica di critico radicale, editando pamphlet e restando comunque coerente con se stesso fino alla fine, altri cominciarono un percorso di allontanamento da una ideologia che stava, in quegli anni, producendo frutti avvelenati. Cos\u00ec agonizzava, nelle tenebre della fine del decennio, il sogno di una rivoluzione permanente. I cambiamenti, in fondo c\u2019erano stati, certe mentalit\u00e0 decrepite uscivano sconfitte e determinati rituali diventavano finalmente improponibili. Ma la lotta armata fu, nell\u2019immediato, la pietra tombale di tante speranze e fin\u00ec per dare l\u2019avvio al decennio di controriforma conformista che avrebbe portato ai \u00a0paninari e al \u201cDrive In\u201d, quel trionfo di tette e culi che diede agli italiani l\u2019illusione di essersi finalmente liberati e\u00a0 segnava invece l\u2019inizio di un avvenire piuttosto oscuro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 \u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0Alfredo Passadore<\/p>\n<p>[:]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>[:it] \u00a0\u00a0\u00a0 \u201cCorri compagno, il vecchio mondo \u00e8 dietro di te\u201d. 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